Internet mi ha salvato la vita.

Alert spoiler: contiene anticipazione della Lectio in occasione della Laurea Magistrale Honoris Causa in Comunicazione e Pubblicità per le Organizzazioni, conferita dall’Università di Urbino.

Sono coetaneo dell’Internet e mi piace pensare che in qualche modo il nostro destino abbia iniziato a intrecciarsi mentre il mondo conosceva i fasti dello sboom economico, e il mio scrivere per la pubblicità sarebbe arrivato solamente intorno alla fine dello scorso millennio.

(È un bel privilegio quello di aver attraversato in età adulta la soglia di un millennio, non volevo privarmi del gusto di sottolinearlo e di farvelo pesare.)

Sì, perché è stato grazie anche al digitale che abbiamo potuto continuare a lavorare, comunicare, legiferare, informare, vivere e amare, da dentro un’emergenza sanitaria che ha coinvolto l’intero pianeta. E questo vale anche per la maggior parte di voi.

Ma a me Internet ha salvato la vita in tempi non sospetti, diciamo una trentina d’anni fa, quando la pandemia era uno scenario distopico dentro qualche Urania d’annata e io mi avventuravo tra i banchi dell’università e i tavoli di una pizzeria.

Internet ci costringeva a una dimensione nuova: quella verticale, che andava da su a giù, e poi poteva tornare su, o muoversi in diagonale su qualsiasi altro punto della pagina.

La scrittura digitale insomma, mi stava insegnando che non ero io a decidere come l’utente avrebbe raccolto ciò che avevo da dire, ma i primi lui o lei davanti al monitor di un computer e poi davanti a un tablet e infine davanti allo schermo di uno smartphone, avrebbero deciso in autonomia il percorso da dare alla fruizione dei contenuti. Questo mi costringeva, ci costringeva, a una responsabilità inedita che non era stata ancora sperimentata fino a quel momento, mettere il controllo nelle mani di soggetti fino a quel momento passivi nei confronti della comunicazione pubblicitaria.

Prima ancora che sulla scrittura, per me l’importante era attrezzare la professione con nuove sensibilità e nuove attitudini nell’interazione con il pubblico dei nostri messaggi.

Ho usato la parola pubblico perché non ho mai amato particolarmente la parola target, il pubblico costringe a cercare un applauso, il target chiede di essere centrato come un bersaglio mobile. Da una parte il vocabolario della guerra, dall’altra quello dell’amore. Leggete Lovemark di Roberts se volete cogliere appieno la forza di questa piccola rivoluzione semantica.

L’inversione di marcia

Cosa c’era dentro quel keynote del 2009 al Festival dell’Economia di Trento da suscitare così tanta attenzione nei confronti dell’Invertising? Quelle duecento pagine sono finite nei piani di studio di università, corsi di formazione, master, seminari e workshop, diventando per tre anni anche un blog di wired.it e guadagnando un importante riconoscimento da parte di Treccani.it che ha inserito Invertising tra i neologismi monitorati all’interno di una rubrica settimanale dedicata alle nuove parole del contemporaneo.

Oggi che la comunicazione d’impresa si affaccia definitivamente sui temi del purpose, dell’attivismo e delle prese di posizione, è bene capire quando realmente sia successo che il mio mestiere abbia creato le condizioni per poter dialogare in maniera nuova con i propri interlocutori.

Abbiamo già visto quanto Internet sia stata capace di metterci a disposizione gli strumenti per queste interazioni inedite, ma esiste un reperto archeologico al quale possiamo far riferimento per risalire alla datazione certa di un nuovo atteggiamento pubblicitario?

L’anno in cui i fatti dimostrarono che una cosa è spingere fuori un messaggio pubblicitario rivolto a un target di massa, altra cosa è tirare a sé chi trova qualcosa di interessante nelle cose che abbiamo da dire.

(continua)

È abbastanza evidente: non basterà un’ora accademica per questa Lectio.

E probabilmente ci si metterà anche l’emozione a rendere più complicata l’esposizione di un racconto che attraversa un ventennio cruciale: inizia con l’attentato alle Twin Tower e culmina con una pandemia globale, in mezzo, una delle crisi economiche più importanti che la storia ricordi, una nuova rivoluzione industriale, una tempesta mediatica senza precedenti e una serie di paradigmi inediti che ha sconvolto società, politica, cultura ed economia.

Il futuro lo costruisce chi è insoddisfatto, da sempre ci evolviamo perché qualcuno è insoddisfatto di come stanno le cose. Invito tutti a essere un po’ insoddisfatti.

Contribuire al disegno di progetti di comunicazione che abbiano un impatto positivo e possano dare una risposta alle sfide che questo tempo ci impone, creando valore per l’ambiente in cui viviamo, dovrebbe essere questa la vocazione ultima di chi, come me, fa questo mestiere.

Da qualche tempo diventa sempre più complicato individuare parametri certi per parlare di ROI e KPI. Forse è vero che l’unico ritorno sull’investimento si dovrebbe misurare con il numero di persone che riusciamo a sollecitare per essere parte attiva di un cambiamento.

Chiunque oggi si trovi a raccontare delle storie nuove, soprattutto relative a temi così delicati, spinosi e spesso spaventosi, ha il dovere di farlo con rispetto, quel rispetto che è dovuto alle persone che portano dentro la propria vita le nostre parole.

Se vuoi seguirmi fai pure, ma sappi che non conosco la strada.

Se vuoi seguirmi fai pure, ma sappi che non conosco la strada.