Scusa Renato

La pubblicità, il cinema e il comunismo digitale.

Mauro Biani per L’Espresso

Scusa Renato, che ti sei prestato a rappresentare la comunità dei casari che lavorano 365 giorni all’anno, per consentire alla più importante eccellenza casearia di questo Paese di raccontare una tradizione che prosegue da oltre mille anni.

È stato scritto un dialogo all’interno di una produzione che contaminava il linguaggio della pubblicità con quello del cinema e l’insegnamento, anche a tue spese, è che questi due registri devono essere maneggiati con prudenza e cautela. Perché il cinema usa retoriche che alla comunicazione commerciale non sono consentite e nel tempo dell’autenticità pubblicitaria un’iperbole narrativa finisce per diventare sineddoche di tutte le nefandezze capitalistiche che hanno spaginato il mondo.

Scusa, se puoi, la leggerezza di questa scrittura. Sei diventato un’icona dell’anticapitalismo, ma non preoccuparti, di questi tempi il tutto si confina nell’attivismo dei meme, perché oggi le lotte di classe si fanno sulle piattaforme del turbocapitalismo, mica in piazza. E su queste piattaforme non c’è tempo per la riflessione, l’approfondimento, il pensiero critico e il contraddittorio.

Hai scelto un mestiere che nessuno vuol più fare, sai, tra gli effetti collaterali del Covid c’è questa cosa delle Grandi Dimissioni, così sono tutti liberi di migliorare la qualità della propria vita, decidere tempi e modi, offrire consulenze… E questa nuova tensione deve aver contribuito a squalificare un racconto che rende inaccettabile la scelta di chi è costretto a seguire i ritmi della natura, per dare al proprio vivere un senso compiuto attraverso un lavoro nobile e antico.

La natura non cede alle lusinghe dello smart working, impegna 365 giorni l’anno e chi opera nella filiera agroalimentare lo sa per certo, nessuna DOP può permettersi sfruttamento e alienazione se vuole confermare l’eccellenza dei suoi standard, ma nei tempi del pensiero veloce non c’è spazio per consultare i Disciplinari e un Consorzio diventa un’azienda, i suoi rappresentanti diventano amministratori delegati e voi Maestri Casari diventate come i rider o i magazzinieri dell’iperconsumo che consegnano libri a domicilio sulle stesse scrivanie da cui partono le nuove lotte di classe.

Scusa ancora, perché è stato sottovalutato il mondo che si è venuto a disegnare negli ultimi anni. C’è finalmente una sensibilità inedita verso le forme di sfruttamento e verso la responsabilità di chi fa mercato. È una tensione dell’immaginario: non è ancora purtroppo radicata nelle coscienze della maggior parte delle persone, perché diseguaglianze e disattenzioni continuano a esistere, ma le responsabilità sociali sono ancora delegate a chi fa impresa, non a chi consuma, perché le tastiere sono più a portata di mano. Ma questo è un altro discorso.

Perdona questa sceneggiatura. Qualcuno sta rivedendo il dialogo incriminato, per evitare qualsiasi fraintendimento e perché non è possibile ignorare quello che è successo.

Buon lavoro Renato, la prossima volta che vai al mare o a Parigi però, manda una cartolina, così si sa cosa rispondere a chi si preoccupa per la tua felicità.

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