Un augurio per il 2021: #anchemeno.

L’anno del Coronavirus ha contagiato pure la scrittura. L’augurio è quello di riuscire a liberarci anche dal virus dell’ipernarrazione.

Photo by Anne Nygård on Unsplash

Gli spot del natale sono come quelli del Superbowl: li aspettiamo per capire che aria tira sul fronte creativo, guardiamo John Lewis o Coca Cola per studiare come vengono investiti budget di produzione milionari che hanno sempre raccontato favole superbe ai propri pubblici di riferimento.

Del resto le nostre festività hanno da tempo rinunciato alle sacralità liturgiche per abbracciare il culto del consumo le cui ritualità si spendono tra le insegne della grande distribuzione (John Lewis ne è la parte per il tutto) che intorno all’invenzione di Babbo Natale (copyright Coca Cola), ha costruito i propri feticci narrativi di rosso vestiti.

Ma proprio da Atlanta arriva la delusione più cocente con lo scrivere pubblicitario dello spot pianificato in tutto il mondo per raccontare questo assurdo Natale in salsa Covid. La storia di per sé, il soggetto intendo, non avrebbe nulla da eccepire se ci fossimo fermati alla sinossi delle sue intenzioni: “raccontiamo la storia di un papà che lavora su una piattaforma in mezzo all’oceano, lontano dalla sua famiglia per giorni; la figlia gli consegna la letterina per Babbo Natale mentre lo saluta prima di una nuova partenza”.

Quale sarà il desiderio più importante della ragazzina? Papà tornerà per il pranzo di natale in famiglia? Riuscirà a procurarsi il regalo da sopra quella piattaforma che neanche Amazon può raggiungere? Qual è il Natale di Coca Cola nel tempo delle mascherine, delle distanze sociali e delle convivialità ridotte agli affetti conviventi?

L’abbiamo visto tutti, l’abbiamo ampiamente commentato nel bene e nel male. È presente in tutte le rassegne di chi ha messo insieme gli elenchi puntualissimi con tutti gli spot più belli delle nostre festività. Vederli tutti insieme è un buon allenamento per capire cos’è successo al nostro scrivere natalizio, incalzato dai dettami iper-emotivi di una pandemia globale.

Perfino John Lewis quest’anno ha rinunciato al consueto kolossal di fine anno per una narrazione più sobria, perfettamente sintonizzata con il contesto, lontana dalla pornografia emotiva di tanta retorica pubblicitaria che ha innevato gli schermi di tutto il mondo con bambini e bambine (rigorosamente celestiali), nonni in lockdown, mascherine in ogni dove e distanziamenti affettivi come climax da disarticolare a colpi di pianoforte, per ritrovare la magia consumistica dello “spettacolo che deve continuare” (cit.).

Ma è l’ultimo giorno del 2020, le ultime ore che ci separano dall’anno nuovo sono così cariche di aspettative che se mi chiamassi Paolo Fox reclamerei il pensionamento anticipato o un salutare anno sabbatico per deporre le armi oracolari e rendere onore al merito narrativo dell’imprevedibilità.

Il papà di Coca Cola racconta l’eccesso bulimico di storie che il Covid ha finito per contaminare nelle loro intenzioni più sincere. Il presagio era nell’aria già durante il primissimo lockdown di questa primavera. Ma il candore della neve, le atmosfere casalinghe, i camini, le luci, gli elfi, le magie mistiche della notte di natale, i nonni lontani, gli schermi delle videocall che si stagliano come le fatiche di Ercole tra noi e i nostri affetti, i regali, i desideri, gli alberelli decorati hanno finito per accendere uno scintillio stucchevole e immaginifico che ha falsato il nostro scrivere.

Non diamogliela vinta al Covid: esiste un vaccino anche per rinnovare lo storytelling, senza che ci si lasci prendere dalle storture empatiche dell’ipernarrazione.

Bisogna sforzarsi di restare in ascolto del sentire comune, fare i conti con le migliaia di morti e immaginare di averne un paio in casa prima di sorridere compiaciuti di fronte al proprio scrivere. E bisogna riuscire a farlo prima che quel file arrivi sui computer dei clienti, perché il rischio e che si credano investiti di chissà quale missione salvifica attraverso le storielle della loro pubblicità.

Ma non è solo un fatto pubblicitario, questa epidemia narrativa purtroppo ha finito per contagiare qualsiasi ambito della comunicazione e ha ben poco a che fare con le partiture retoriche del buonismo natalizio. Mettete in fila le primule dei vaccini, le sortite turistiche dei Salvini di turno dentro le nostre periferie, gli ex rapper che dentro le storie di Instagram fanno impallidire l’Elemosiniere del Papa. Ma metteteci anche un camion frigorifero che il giorno di Natale viene televisivizzato dai valichi alpini al centro di Roma. E ancora, il Ciao irresponsabile di Renzi che di fronte al crollo dei sondaggi impazzisce come la maionese sulle tartine del cenone e innesca una crisi di governo irresponsabile e suicida…

L’ipernarrazione è una trappola invisibile. Avviene quando il contenuto si carica di una forma incantevole che distoglie, distrae, catalizza in maniera tossica, reclama un’attenzione altrimenti più difficile da conquistare. Quasi sempre l’ipernarrazione si ammanta di simboli e attecchisce meglio quando il contesto è più permeabile alle lacrime, perché c’è una tensione di sofferenza che è come una corda tesa di violino.

Io credo che chi scrive per mestiere abbia la responsabilità del diapason. Serve ad accordare le note che mettiamo insieme e che decine, centinaia o milioni di persone ascolteranno.

Il tema non è la quantità, ma la qualità di quello che mettiamo in circolazione. Abbiamo investito tempo, soldi, energie nei corsi di scrittura creativa che ci hanno frantumato i polpastrelli sui teoremi empatici, ma nessuno ci autorizza a brutalizzare le emozioni per trasformarci in pifferai magici.

Domani è il primo gennaio del 2021, sembra l’alba di un’era nuova, carica di insegnamenti e buoni propositi finalmente rivolti verso l’essenziale. Non è difficile immaginare uno scrivere più civile, dove le parole si mettono insieme come quando si tolgono pezzi di corteccia nell’incisione di un tronco. L’insegnamento più prezioso è che si scrive per sottrazione e che l’emozione di chi legge non è parte di un brief, ma è intrinseca nel gesto della scrittura.

L’empatia non è un obiettivo, è un risultato che deriva dal nostro atteggiamento di fronte a una tastiera o a una telecamera. Meglio se questo risultato arriva spontaneamente, istintivamente, è come il coraggio di Don Abbondio, non te lo puoi dare e non puoi ammaestrarlo.

L’arte della retorica è la chiave che schiude ogni racconto all’attenzione dei più, abusarne è un po’ come tradire i nostri maestri. Abusarne durante una pandemia è una specie di sacrilegio: Carver direbbe “niente trucchi da quattro soldi”. Vale la pena rileggerlo, per scrivere meglio l’anno prossimo, anche scrivendo meno. Ecco sì, anche meno.

Se vuoi seguirmi fai pure, ma sappi che non conosco la strada.

Se vuoi seguirmi fai pure, ma sappi che non conosco la strada.